Il secondo team UNISVET in Romania: il racconto del prof. Gaetano Oliva

Cominciamo dalla fine, dall’autobus che ci porta dall’aereoporto di Brescia, dove siamo appena atterrati, fino a Milano, tappa finale del nostro viaggio.
Si respira un’atmosfera strana, nessuno ha voglia di parlare: guardo Carlo che fa finta di sfogliare un quotidiano italiano, il primo dopo otto giorni, guardo gli altri, tutti distratti, persi nelle immagini che già affollano le nostre menti. Si, ognuno sta pensando alle stesse cose: a Cernovoda, al canile, a Sara, alle facce incontrate, ai paesaggi, alla voglia di tornare…Ci presentiamo, siamo il secondo gruppo di veterinari italiani partiti per la Romania per il progetto “Cani Bucarest”: Andrea Dorcaratto (milanese, capo spedizione), Marco Longo (milanese, driver ), Speranza Conti (marchigiana, unica donna del gruppo e per questo subito beniamina), Carlo Carloni (toscano, per tutti noi “Carlone”), Gaetano Oliva (salernitano, partenopeo di adozione e scrittore di questo breve resoconto). Unico componente non veterinario Antonio, figlio di Carlo, fotografo ufficiale della spedizione. All’aereoporto di Bergamo, ritrovo per la partenza, l’aria è un po’ strana, un misto di eccitazione e curiosità . Arriviamo a Bucarest nel primo pomeriggio di sabato 1 ottobre e
già , nell’attesa del treno che ci avrebbe portato a Cernovoda cominciamo ad avere un’idea del nostro soggiorno rumeno: alla stazione, infatti, è facile vedere, perfettamente mescolati ad una folla di persone eterogenee per tratti somatici e condizione sociale, diversi cani randagi liberi di scorazzare tra i binari. Sara Turetta, la volontaria italiana che ha ideato e dirige il progetto “Cani Bucarest” comincia a descriverci le ragioni della scelta che l’hanno condotta in Romania ad occuparsi di randagismo, Così, le due ore di viaggio che separano Bucarest da Cernovoda passano in un lampo; certo, ogni tanto, qualcuno di noi lancia uno sguardo fuori dal finestrino per guardare i tristissimi palazzi della periferia di Bucarest o per farsi rapire da campi sconfinati, quasi mai coltivati, attraversati come un nastro d’argento dalle anse del Danubio. Ma è un modo per distrarsi, un tentativo di evadere per un attimo dal mare di sensazioni che il racconto di Sara provoca in noi. Si parla delle ragioni che hanno condotto questo Paese ad avere un numero sterminato di cani randagi, le stesse che ne hanno condizionato il collasso socio-economico da cui con fatica, e probabilmente in periodo molto lungo, potrà tirarsi fuori. Non dimenticheremo mai l’arrivo a Cernovoda: la luce fioca di un piccolo caseggiato chiamato pomposamente biglietteria/sala d’attesa riesce a farci vedere a stento le facce sorridenti dei volontari del canile che ci accolgono con gioia, circondati da alcuni cani che scodinzolano festosi. Nonostante il buio, l’inevitabile stanchezza e la fame siamo voluti andare subito al canile
per conoscere il nostro campo di lavoro. La visita alle strutture ci fa rendere subito conto di quanto sia stato grande il lavoro di Sara: tre stanze adibite a ricoveri con gabbie ben pulite ed opportuna separazione dei cani potenzialmente infettanti, il tutto corredato di schede cliniche per ogni cane/gatto ricoverato; un’antisala, uno studio per visite cliniche, urgenze mediche e preparazione dei pazienti chirurgici e, con nostro grande stupore, una piccola sala chirurgica equipaggiata con attrezzature di base! Felici e già vogliosi di mettersi al lavoro, veniamo accompagnati nella struttura che ci ospita, l’Ospedale Civile di Cernovoda, dove il Direttore, ovviamente amico di Sara come quasi tutti qui in città , ha messo a disposizione per noi due camere solitamente non utilizzate. Non ringrazieremo mai abbastanza tutto il personale dell’Ospedale per l’accoglienza e la disponibilità che ha reso più confortevole il nostro soggiorno a Cernavoda. Da quel momento le giornate sono passate in modo abbastanza regolare. Alle 8 del mattino tutti stretti in una vecchia “Dacia” degli anni ’70 (un “miracolo” viaggiante) e, grazie all’abilità del nostro driver Marco, di “corsa” al canile distante alcuni chilometri, non senza però esserci opportunamente rifocillati in un piccolo spaccio diretto da un vecchietto con baffi di stampo staliniano. La cosa che ci colpisce subito è il fatto che la gente che ci vede passare, o con cui ci fermiamo a parlare (gesticolare) durante i nostri acquisti, sembra conoscerci da sempre; il modo di trattarci fa subito capire come il canile, e tutto ciò che ruota intorno ad esso, sia ormai parte integrante del tessuto sociale della città e come ormai Sara sia una di loro, rispettata anche da chi non comprende le ragioni della sua presenza in Romania. Anche all’esterno il rifugio appare ben strutturato, con ampi spazi e buona divisione dei cani ospitati, tutti sterilizzati. Il nostro lavoro è ben organizzato fin dal primo giorno: Andrea e Marco fissi in sala chirurgica per le sterilizzazioni dei cani e le urgenze chirurgiche (traumatiche soprattutto), Carlo e Speranza si occupano della sterilizzazione dei gatti e delle terapie dei cani ricoverati insieme a Beatrice ed Aurelian, i due giovani colleghi rumeni che lavorano presso il canile ed io a gestire le visite dei cani/gatti degli abitanti di Cernovoda che richiedono assistenza al canile, oltre che a fungere da jolly per aiutare chi al momento ne avesse bisogno. In più, il mio compito è quello di fornire alcuni dati di laboratorio per ogni cane visitato/operato sfruttando un kit per esame delle urine, una centrifuga ed un microscopio di buona fattura in dotazione da pochi giorni al canile, con l’aiuto di una buona dose di “sapersi arrangiare” tipicamente partenopea!!! I cani e i gatti da sterilizzare vengono catturati incessantemente da Mihai, un dipendente del canile che tutti i giorni esplora i quartieri di Cernovoda e l’immediata periferia alla ricerca di randagi che, il giorno dopo l’intervento, dopo accurato controllo clinico, vengono marcati e rimessi in libertà. C’è da sottolineare, comunque, che anche molti proprietari vengono al canile a richiedere la sterilizzazione del proprio animale. Così organizzati siamo riusciti ad eseguire più di 70 sterilizzazioni, alcuni interventi chirurgici su neoplasie diagnosticate con esame citologico e numerose visite internistiche, alcune delle quali corredate da diagnosi eziologica (babesiosi; ehrlichiosi).
Ma più del pur prezioso lavoro veterinario, ciò che rende unico il viaggio a Cernovoda è tutto ciò che insieme abbiamo vissuto: come dimenticare la “pizza margherita” del ristorante turco, il portare il cibo di notte ai randagi che popolano il porto/canale della città, le “visite” furtive alla centrale nucleare (si, Cernovoda è purtroppo famosa anche per questo), la vodka “Draculian” bevuta di sera vicino ad una statua di Biancaneve, la gita a Costanza, sul mar Nero, la serata passata a Bucarest e la bellezza delle ragazze rumene tutte più grandi della loro età, le risate per le barzellette napoletane, il clima di “fratellanza” tra di noi e con gli amici rumeni, la commozione per un cane salvato e la tristezza per quelli che non ce l’hanno fatta, la miseria di alcuni quartieri e la ricchezza sfrontata di alcuni che sfrecciano in macchine troppo costose lo stupore degli zingari della Comunità Rom per l’incoscienza di Sara e di alcuni “poveri fessi” italiani che girano nel loro quartiere cercando di convincerli a non abbandonare i cani e comunque a sterilizzarli, gli occhi neri dei loro innumerevoli bambini alla vista di dottori in camici verdi…
Quando ci abbracciamo per salutarci a Milano, gli occhi di tutti sono lucidi. Sulle labbra una sola promessa: torneremo

Tags: none

1 Commento a “Il secondo team UNISVET in Romania: il racconto del prof. Gaetano Oliva”

  1. Margherita Davanzo scrive:

    Sono una vostra collega..e mi è venuta la pelle d’oca nel leggere il tuo racconto! Già ero a conoscenza di questo progetto sia per averne sentito parlare qua e là sia per racconti diretti da amici/colleghi che ci son stati.
    Francamente è rincuorante sentire di veterinari come voi ancora mossi da quello che probabilmente ha spinto la maggior parte di noi a fare il veterinario, l’ AMORE per gli animali; dico così perchè purtroppo mi sto rendendo conto ora che lavoro e che mi relaziono con veterinari che sono nel settore da molto più tempo di me, che col tempo questo ‘incipit’ tende a scemare e con quello, di conseguenza, anche la voglia di fare le cose in un certo modo.
    Un grazie anche da parte mia..; spero che se avete intenzione di organizzare un’ altra spedizione lo facciate in qualche modo sapere, anche tramite il sito stesso dell’ unisvet così potrei magari unirmi a voi (un po’ di esperienza chirurgica ce l ho, anche se da quel che ho capito c’ è da fare un po’ di tutto!).

Scrivi un commento